DIDIER SEMIN
“Eloge de l’inactualité / Eulogy for another area / Elogio del non attuale”
2003

Text written for the solo show catalogue edited in 2003, Galerie Alain Le Gaillard, Paris, FR

Elogio del non attuale

« I pittori del loro tempo »: durante un longo periodo, il titolo di questo salone parigino, nato neglianni cinquanta, mi ha fatto sorridere. I temi trattati (« la Domenica », « la felicita » o « le conquiste della scenza moderna »), che, retrospettivamente sembrano uscire direttamente dal cervello di Bouvard e Pecuchet, possono ancora divertire. A cosa serve, mi decevo, prostituire la pittura nella futile impressa di testimoniare il proprio tempo? Ci sono ormai per questo giornalisti e fotografi. Si testimonia del proprio tempo con i mezzi del proprio tempo. Ma mi sbagliavo, almeno su quest’ultimo punto. A chi non ha conosciuto (é evidentemente il moi caso) la Berlino degli anni venti, il portrait de Sylvia von Harden o il trittico Metropolis potrebbero restituire oggi qualcosa dell’epoca che é impossiibile trovare con la stessa forza in un memorialista – forse perché Otto Dix non voleva, giustamente, fare una pittura che sia d’attualita: i soggetti erano del suo tempo ma la maniera era intrisa del rimpianto di Cranach, di Durer e di Hans Baldung Grien. Se la pittura, almeno quella che merita questo nome, ha disdegnato i soggeti d’epoca per decenni, alcuni grandi disegnatori, sapientemente protteti dietro l’etichetta infamante del comic strip, hanno contemporaneamente continuato a captare attraverso la punta della matita o del pennello l’essenza dell’epoca. Non conoscon nessuna analisi stilistica relativa all’architectura degli anni cinquanta che sia migliore delle rappresentazioni che si vedono negli album di Spirou (dietro la penna di Franquin o i suoi assistenti, tracui Willy Maltaite). Quando si vorra mostrare come era un corpo negli anni settanta, un designo di Robert Crumb sara mille volte piu corretto di tutte le fotographie di moda che si potranno riunire.
Julien Beneyton dipinge oggi il crocevia Barbès, le Buttes Chaumont, il negozio Tati, la pescheria d’Ibrahima & Djiby con la stressa ilarita non compiacente di Robert Crumb davanti ai paessaggi urbani degli anni settenta: le sue tele registrano l’immagine di una Parigi popolare e inventiva che ha saputo trasformarsi e mantenersi (raggirando tutti i progetti degli urbanisti pianificatori) ma senza farne né la caricatura, né l’ingenua apologia, accontentandosi di estrarne i tratti salienti. L’artista osserva la stazione Château-Rouge. Ci vede e ci fa vedere: una macchina della polizia cha ha tutta l’aria di un giocattolo a buon mercato (rassicurante o inquietante a seconda d’aver scelto la parte dei gendarmi o quella dei ladri), un moderno sostituto dello spiazzo nell’entrata della metropolitana, un’imitazione dell’architecttura di Buckminster Fuller, prende la forma di un chiosco dei giornali, cresciuto come un fungo su un boulevard haussmaniano; segni contradditori che si litigano la lettura dei passanti; l’emblema della catena di ristoranti Kentucky Fried Chicken (suppongo che sia di concezione americana, ma ha un’aria stranamente sovietica: si direbbe la testa di Leon Trotsky) che sovrasta la macelleria hallal Amar Frères… Come i film di Rohmer, di Klapish o di Podalides, nella loro finta modestia, i quadri di Beneyton, con la loro apparenza traditionalista alla Jules Lefranc, diranno del loro tempo molto piu di quanto non vedano quelli che comprano la loro lente da Colette o da Microsoft.
Didier Semin

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